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ADDIO FANTASMI Romanzo di Nadia Terranova ed. Einaudi –Stile libero-big

Da Roma Ida ritorna a Messina, ai luoghi della sua infanzia, dove è accaduta la  scena archetipica che ha segnato la sua vita a tredici anni, quando il padre, dopo un periodo di depressione, senza dir niente esce di casa e fa perdere le sue tracce. Inutili le ricerche, non si ritrova né vivo né morto. Ida continua a vivere nella casa di Messina accanto alla madre dalla quale la separa un  muro di silenzio colpevole e astioso su quanto è  loro accaduto. Si proteggono dagli altri  con gesti di cortesia che le isola nella condizione di abbandonate. Conseguita la laurea, Ida si trasferisce a Roma, lavora ad un programma radiofonico di successo per cui scrive storie, definite da  Pietro, l’uomo che sposa, “finte storie vere”, perché riecheggiano variamente il suo vissuto, senza però rielaborarlo. Pietro ha intuito il dramma di Ida, anche se non ne hanno mai parlato: “ aprirmi con lui mi costava fatica per la differenza di genere “, ma anche per una certa identificazione col padre. ”Tu non sei tua madre”, le dice esplicitamente, esortandola a riflettere sui loro ruoli distinti,  quando  Ida è a Messina per aiutare la madre nei lavori di riparazione  della casa  e per scegliere  gli oggetti da  portare via. Il viaggio assume  una connotazione  metaforica; è  una discesa agli inferi, incoraggiata dal caso per l’urgenza dei lavori, uno scavo interiore scandito dalle paure che affiorano dall’inconscio di Ida durante la notte, raccontate negli otto notturni, che segmentano il tessuto narrativo. Ma il viaggio  fornisce anche un’occasione  per  la rielaborazione del lutto e per ridare  alla madre il suo ruolo, appannato e confuso da quando, durante la depressione del marito, si era rifugiata nel lavoro e, defilata dalla casa, aveva affidato alla figlia la cura del padre. La narrazione procede compatta alternando passato e presente, ricordi che affiorano e difficoltà quotidiane. Perché avvenga la catastrofe è necessario però  un deus ex machina, il suicidio del giovane Nikos, il figlio del muratore, che  lavora nella  casa. Ida, che ha ricevuto da lui la confidenza  del  dramma vissuto e lo ha compreso attraverso il comune  dolore,  dopo il funerale finalmente piange e la madre le tiene la mano “ come io non l’avevo saputo tenere a lei”; allora affiora  pure il dialetto : scartafruscia, scafulìa e il senso dell’appartenenza dopo anni di un errare esistenziale, in cui “ avevo ripulito  la memoria  con accurata violenza”. Così  Ida ritrova finalmente la sua  casa  “tra l’isola e la terra ferma” , o meglio trova  una nuova Ida, che recupera  il senso di sé, accettando la realtà  e accettandosi. L’orologio, fermo all’ora in cui il padre si era svegliato per prepararsi a scomparire,  si rimette  in movimento e segna adesso un tempo reale. Un tempo ritrovato. La simbologia dell’opera è complessa :  la casa che dà segni di cedimento, soprattutto  nel tetto, i miti dello Stretto, l’acqua come elemento distruttivo,  il  tema del viaggio alla ricerca delle tracce del padre per ritrovare sé stessa, l’assenza  paterna  che determina isolamento e frustrazione, il cumulo di oggetti, che rappresentano non memoria, ma speranza. La narrazione in prima persona è intima e  asciutta, prende inizio da Il nome  (del padre) , mai pronunciato, ma sempre presente, continua con Il corpo (del padre) mai ritrovato e quindi non giustamente compianto, e La voce (del padre) custodita per  più di un ventennio in un nastro, ma non riconosciuta da  Ida . Allora Ida comprende che è possibile dire addio a persone e cose ed è anche possibile ridere. (Gabriella maggio)

 

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