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IL COLIBRÍ

Romanzo di Sandro Veronesi ed. La nave di Teseo

Il LXXIV°  premio Strega è stato assegnato a Il colibrì  di Sandro Veronesi, edito da “La  nave di Teseo”. L’autore è stato  già insignito del Premio con Caos calmo  della stessa casa editrice  nel 2006. Protagonista è Marco Carrera, un uomo come tanti che cerca di resistere, tenendosi  in equilibrio come il colibrì,  al dolore e all’infelicità della sua vita. La madre gli aveva dato il più rassicurante dei soprannomi, colibrì, per rimarcare che, insieme alla piccolezza, in comune con quel grazioso uccellino Marco aveva anche la bellezza, accettando attraverso la metafora del grazioso  uccello il suo ritardato sviluppo fisico, che invece preoccupava molto  il padre,  tanto da sfidare i dubbi della moglie e sottoporre  con successo il figlio a una cura sperimentale. La narrazione inizia quando nell’ambulatorio oculistico di Marco entra Daniele Carradori, lo psicanalista di sua moglie Marina, che, contravvenendo all’etica professionale, gli svela particolari inquietanti della paziente che da qualche tempo ha interrotto la cura. L’incontro consente alla narrazione di abbracciare  tutta la vita di Marco  non in senso lineare ma attraverso una  ragnatela di episodi,  anche remoti,  e una ampia  serie  di  personaggi. Attraverso il ricordo essi  appaiono a Marco  diversi  da come  li aveva considerati  nell’immediatezza  della vita. Così  rivede  da un altro punto di vista, quello di un uomo adulto, provato dal dolore,  il suo matrimonio, la difficoltà relazionale della figlia  Adele, che credeva di essere legata ai muri da un filo invisibile. Ed anche  la vita dei genitori, il loro matrimonio solo apparentemente solido, il padre sempre taciturno e distante che occupava il suo tempo libero  costruendo  modellini  di trenini e collezionando  romanzi Urania; la madre inquieta, abile fotografa, amante del bello, insoddisfatta della vita familiare; la sorella Irene suicida era l’unica che aveva capito come stavano le cose in famiglia, ma era sempre inafferrabile; il fratello Giacomo,che non riesce a superare il vecchio demone della competitività con Marco. Accanto a questi  Luisa Lattes,  l’amica d’infanzia  con cui Marco intrattiene per corrispondenza una relazione  platonica intrisa di senso di  mancanza, di ripensamenti  e di colpa.  Le sue lettere, che interrompono la narrazione, cercano anche di chiarire il  significato del colibrì, attraverso riferimenti culturali ad altri popoli. Secondo la religione azteca , scrive infatti  Luisa,  i guerrieri uccisi in battaglia e le vittime immolate in sacrificio si trasformano in colibrì. Questi personaggi con i loro comportamenti  costituiscono  il groviglio esistenziale di Marco. Il protagonista lo scioglierà soltanto alla fine della sua vita, quando porterà a compimento un percorso psicoanalitico “attivo” come confida a Daniele Carradori :  “ Ho visto tutto quello che è , stanotte. Le cose come stanno. Avevo bisogno di dirlo a qualcuno. Ho pensato di dirlo a lei”. Marco Carrera  ha sempre guardato con diffidenza  la “psicoanalisi  passiva”  come la chiamava lui  da cui è stato però circondato. Infatti la madre, la sorella, la moglie, la figlia sono state con esiti diversi governate da disparate tipologie di terapia….Del resto non c’era bisogno di un analista per farsi le domande giuste. La vita di Marco cambia nel momento in cui deve prendersi cura di Miraijin , che in giapponese significa “uomo nuovo”, figlia di sua figlia  Adele, morta  durante un’arrampicata in montagna. Ancora una volta giunge  a  Marco dall’esterno la spinta a crescere, così come durante l’adolescenza   la cura sperimentale in pochi mesi aveva sviluppato e accresciuto il suo corpo, allo stesso modo la presenza di Miraijin gli fa trovare uno scopo e un obiettivo di vita, una rinascita. Il colibrì comincia a muoversi e può avviarsi alla conclusione della sua vita. La narrazione si articola in brevi capitoli distinti dal titolo e dall’dell’anno, intercalati dalle lettere tra Marco e Luisa, quelle indirizzate al fratello Giacomo e dai whatsapp con Carradori. Evidente nel romanzo l’intenzione di rispecchiare la vita quotidiana, di farne un’enciclopedia  di temi attuali affrontati senza scalfirne la superficie  : la crisi  della famiglia, i rapporti interpersonali sempre precari, l’incidenza del caso nelle vicende, il disagio esistenziale diffuso che la psicoanalisi non risolve, la malattia e l’eutanasia, la fiducia nel rinnovamento che solo i giovani possono realizzare, perché vivono secondo le proprie regole di vita. Il  linguaggio usato da Veronesi  è snello e semplice, ampiamente attinge all’immediatezza del parlato. Complessivamente Il colibrì  si fa leggere, ma non attrae veramente,   forse s perché si colgono i riferimenti e i debiti letterari in parte ammessi dallo stesso Veronesi.

 

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