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IL SURREALISMO ESPRESSIVO NEL PAESAGGIO DI CETTINA LA FERLITA

1Cettina La Ferlita-Sorge il sole sul mare di Casteldaccia-olio su tela

Cettina La Ferlita, è pittrice di paesaggi dell’immaginario, tracimanti di una poetica incontenibile espressione di una anima sensibile. Poetessa di  una lirica malinconica marcata di forte personalità romantica e trascendente, che va oltre la mera rappresentazione del paesaggio. I suoi dipinti sono immagini di un vissuto personale, di una pittura riflessiva che si pone con garbo,  e che attinge a schemi coloristici tipici della “scuola di Scicli” di cui sono manifesti i riferimenti stilistici, in particolare ai paesaggi Guccioniani.  Tele che  si animano di uno spessore metafisico attraverso paesaggi non immaginari  per l’artista, perché noti al suo subconscio.  Scorci onirici, quasi sempre apparentemente contemplativi, ma più delle volte pervasi da una irrequietudine incontrollata, che è manifesta quando rappresenta scenari vulcanici e tenta di reagire al torpore della mera contemplazione.  Scenari dunque, non contemplativi ma d’irreali orizzonti, che non conquistano solo per i colori tenui, che alle volte invece si tingono di nero e di rosso in lave fumose appena eruttate, che tradiscono una contenuta pacatezza, ma per il dinamismo di una luce innaturale che muove la scena, come di un tempo a divenire non ancora compiuto. Orizzonti obliqui, di vedute assolate, come quelle di una terra nota che si illumina di storie non espresse, di deserti privi di vita, di arbusti accennati come massi di una umanità impassibile e apatica, di un Dio inconscio che condanna l’umanità alla solitudine, tramonti, e momenti temporali inespressi, di rimpianti di vite non vissute.  Albe  o tramonti che siano, quando questi vogliono rappresentarsi, sono atemporali, non vanno oltre lo spazio e il tempo, sono cristallizzati, e tradiscono  lo scorrere invece dinamico di un tempo che passa inesorabilmente e di cui l’artista è conscia. La riflessione è costante, come le pennellate continue che marcano i limiti degli stessi orizzonti, il confine tra cielo e terra, come a significare una netta contrapposizione tra ciò che è e ciò che non esiste, se non lontano molto lontano nei ricordi, così gli stessi orizzonti estremamente bassi quasi al limite della tela, che l’artista rappresenta come limite umano tra ciò che si conosce e ciò che non c’è consentito sapere. La struttura stessa con cui l’artista ha inteso manifestare la sua poetica, spinge al godimento di ciò che è il risultato del suo lavoro, una presa di coscienza dei limiti umani, e del desiderio di riscatto per tutto ciò che non è stato nell’esistenza di ciascuno di noi, poco o molto che sia il proprio vissuto… Esiste una gradualità nel percorso rappresentativo, si passa da scenari marcati da più strati pieni di elementi compositivi, dove la natura si interseca con il vissuto personale tra valli e monti, con armonie che risentono di momenti di pacatezza esistenziale, ad altri ed in particolare negl’ultimi lavori, dove un pessimismo sostanziale invade la tela, tutto si è rarefatto anche l’esistenza, in un turbinio di contenuti che esprimono solitudine e abbandono al pessimismo. Pochi gli elementi riconoscibili, come già detto la stessa natura si confonde, non è più il paesaggio che rasserena, semmai lo fosse mai stato, ma il tormento per una solitudine interiore, un abbandono al sentimentalismo e al pessimismo, echi di rimpianti forse, melanconici richiami ad esistere malgrado tutto.

Giacomo Fanale

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