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INTERVISTA ALLO SCRITTORE DAVIDE MANNELLI

A cura di Gabriella Maggio

Davide Mannelli è un giovane scrittore che ha già al suo attivo diverse opere, all’inizio di quest’anno ha pubblicato con Spazio Cultura edizioni il romanzo Charlie  L’ho  intervistato  per l’ Associazione Volo sempre attenta ai giovani talenti .

Quale ruolo ha per te la scrittura ?

Scrivere è un modo per sentirsi liberi, fondamentalmente. Penso che attraverso qualsiasi azione artistica, che sia la scrittura o la musica o la pittura, ci si possa distaccare da tutto ciò che ci circonda ed esprimere noi stessi, la nostra visione della vita, magari “delegandola” ai personaggi che inventiamo nei romanzi. Scrivere è un atto non solo artistico, ma può avere anche una valenza sociale e antropologica in questo senso.

Quali libri hai scritto prima di Charlie ?

Ho esordito nella narrativa con il romanzo “Senza pugni”, nel 2014. Era una storia ambientata nella Napoli degli anni ’70, quando la città partenopea venne infestata dal colera: la storia della città si mescolava, in quell’occasione, con la storia personale di Marco Russo, pugile dal passato tormentato. Nel 2019 ho esordito nella saggistica con un’opera alla quale tengo molto, “American boxers”: è un saggio sui 7 pugili più importanti della storia americana, partendo da Joe Louis fino ad arrivare a Mike Tyson, passando per il leggendario Mohammed Alì. La scrittura di un saggio è molto differente da quella di un romanzo: si è meno liberi, se vogliamo, perchè andiamo a compiere un lavoro dal taglio più giornalistico e compiendo molte ricerche, ma è ugualmente un territorio affascinante per uno scrittore.

 

Quali sono i  tuoi modelli letterari?

Non ho dei punti di riferimento precisi. Mi piacciono molto gli scrittori che indagano sulla realtà, e mi vengono in mente ad esempio autori come Pasolini e Bukowski, assai differenti per stile e generi ma delle quali letture mi sono in qualche modo nutrito. Un altro romanzo che ho amato molto è “Il giovane Holden” di Salinger, così come “Martin Eden” di Jack London.

Quale  relazione  hai  con la  cultura di massa ?

A mio modo di vedere quella che chiamiamo “cultura di massa” non va denigrata, magari se confrontata con la cultura dotta o colta, come può essere la letteratura. Credo che anche nelle canzoni popolari, la cosiddetta musica leggera, piuttosto che in mirabili opere cinematografiche, ci sia un’ altissima qualità: credo che la cultura di massa, in ogni sua forma, se è capace di trasmettere emozioni, abbia diritto di cittadinanza non meno della cultura “alta”.

Charlie è il tuo più recente romanzo

L’ultima creatura è quella che si ama di più, va da sé.  Con “Charlie” sono riuscito a raggiungere l’obiettivo che mi ero preposto: raccontare, attraverso la vita di un uomo, un pezzo di storia del suo paese (in questo caso l’America).  Amo molto la figura di Charles Green, questo scrittore in guerra costante con il mondo che non riesce a trovare pace alla propria inquietudine, artistica ed esistenziale, ma che in un modo o nell’altro riuscirà a dare una svolta alla propria vita. Ho voluto narrare tutto in prima persona, perchè arrivasse meglio ai lettori la voce “in diretta” del suo protagonista, con i suoi tormenti, i suoi pensieri, i suoi sogni, senza alcuna mediazione letteraria.  Credo che leggendo “Charlie” il lettore possa ritrovare un pezzo di sé, perchè Charles Green è un po’ la summa dei tanti difetti (ma anche pregi) che alberga in ognuno di noi: è scontroso, infantile, scostante, vanitoso, ma anche capace di slanci di generosità ed amore.

A quale lettore ti rivolgi

Non c’è un target preciso al quale mi rivolgo, la storia di “Charlie” può essere letta e vissuta indifferentemente da giovani e adulti: questo perchè Charles Green parla un linguaggio universale, “traduce” il mondo con le parole che potrebbero uscire dalla bocca di un ragazzo o da quella di un suo coetaneo (lo scrittore ha circa    sessant’anni). Sicuramente i lettori più maturi potranno ritrovare un pezzo di storia importante del Novecento americano, perchè si parla anche di Nixon, di Kennedy, dell’America ai tempi del Vietnam. In “Charlie” la Storia, quella con la s maiuscola, si incrocia con quella più intima e quotidiana, quella cioè vissuta dal protagonista.

Quale funzione ha  oggi  la cultura ?

Penso che nel mondo di oggi, più che mai in preda ad uno “smarimento dei riferimenti e dei valori”, la cultura debba avere un ruolo di guida. L’avvento delle nuove tecnologie, per quanto tutti noi ne facciamo uso, ha indubbiamente portato ad un impoverimento intellettuale generalizzato. Mi viene in mente una canzone di Giorgio Gaber, “La razza in estinzione”, quando diceva: “La tecnologia ci porterà lontano ma non c’è più nessuno che sappia l’italiano”. Ecco, sono le figure-guida come Gaber, Dario Fo, Pasolini, quelle di cui l’Italia avrebbe bisogno oggi per risollevarsi dal suo attuale stato di torpore culturale.

Quali  progetti per il futuro ?

Ho in cantiere un nuovo romanzo, ma siamo veramente alle battute iniziali quindi non posso dire di più. Finchè avrò voglia di raccontare storie vorrà dire che la curiosità per il genere umano, con tutti i suoi vizi e difetti, sarà sempre viva, e la curiosità in un’artista non può mai mancare.

 

 

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