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Pasquale l’eroe

Racconto di Adelaide J. Pellitteri

Era la fine del 1943, il cielo era cupo e Francesca stava percorrendo svelta il sentiero: doveva raggiungere Pasquale il prima possibile. Gli americani avanzavano all’interno dell’isola e questo né Pasquale né altri, potevano saperlo, la salvezza era vicina. A valle una colonna nemica alzava la polvere sullo stradone, e lei, con il fiato corto e la paura nel petto, nonostante la buona notizia, aveva accelerato voltandosi indietro ad ogni passo, neanche temesse di essere raggiunta dagli uomini con l’elmetto in testa e il fucile in spalla; sfilavano, in linea d’aria, a non meno di dieci chilometri da lei, battendo – probabilmente – in ritirata. Ma tra la fitta boscaglia ha l’impressione di avere sentito l’accento aspro, mentre addosso percepisce sguardi maligni, rapaci, e allora che accelera, accelera, corre…Si sveglia, il caldo sembra le schiacci un cuscino sul viso, le fa mancare l’aria come il soldato che è quasi riuscito ad ucciderla, anzi, che in parte l’ha uccisa davvero, lasciandola con il sangue a colarle in mezzo alle gambe e gli occhi sbarrati per un tempo infinito. Erano in due quel lontano novembre del ’43, le immagini le tornano nel sonno ogni volta che qualcosa la opprime, adesso era stata colpa del caldo, appunto, ma le succede sempre quando prova un’ansia qualsiasi, il ritardo di uno dei figli, una febbre troppo alta, perfino sentendo le voci di un litigio tra estranei; scesa la notte, l’incubo si manifesta, il cervello di Francesca si trasforma in un proiettore, il film è sempre lo stesso e s’interrompe sulla medesima sequenza: il cielo di grafite, la colonna di mezzi tedeschi, lei che corre per avvisare Pasquale e… Da più di due anni, lui teneva nascosto un gruppo di ebrei in una grotta sulle Madonie, un rifugio celato da arbusti e fogliame; faceva la guardia poco distante, in mezzo a un cespuglio, sopra una roccia che dominava la valle. Da lì osservava, non visto, tutto ciò che accadeva sul fianco della montagna. Francesca continua a correre e a voltarsi indietro, ma due soldati tedeschi le si parano davanti. Giunta a quel punto del “film”, si sveglia sudata, con le mani a difendere il pube e il cuore che le comprime i polmoni. Svanito l’incubo potrebbe tirarsi su, bere un bel sorso d’acqua e magari tornare a dormire serena. Sono passati trent’anni! Ma non è possibile, i due soldati sono sempre lì, al risveglio non vanno via subito, non prima – almeno – di averle ricordato ogni cosa. Solo uno approfitta di lei, l’altro rifiuta, in risposta all’invito del commilitone dice che degli italiani gli fa schifo tutto, perfino quella bella ragazza; ad abusarne le farebbe un onore. Francesca percepisce tutt’ora la giubba premuta sul viso per attutire le sue urla; l’avesse sentita Pasquale sarebbe corso in suo aiuto. Presa da quest’altra paura – ricorda – si era zittita. Se davvero Pasquale l’avesse sentita, cosa sarebbe accaduto? Il tedesco che non le stava addosso imbracciava il fucile guardandosi intorno, in attesa che l’altro finisse la sua personale “rappresaglia” contro l’alleato inferiore; con quel fucile avrebbe ammazzato sul colpo Pasquale, e lei non poteva permetterlo. S’era acquietata per questo, sotto il peso del soldato ansimante, per non mettere a rischio il suo eroe e gli uomini che teneva in salvo in una grotta che nemmeno lei avrebbe saputo trovare.Il soldato, tiratosi su le braghe, le sputa addosso: «Questo da parte di mio Führer, un regalo per vostro armistizio» le dice sprezzante, in un italiano quasi perfetto.  Qualche ora più tardi, Francesca, trascinandosi come un animale ferito, è a pochi metri dal punto convenuto, dove Pasquale l’attende da ore; non si sarebbe mosso senza avere ricevuto notizie. Lo sente parlare con uno del gruppo, uscito forse per prendere aria, a quell’ora lei non c’è mai andata.  “Fortuna che si sono distratti con Francesca – dice Pasquale, con sincero sollievo – abbiamo rischiato di essere scoperti.” È una pallottola, la frase che sente, la getta di nuovo per terra, e la ferita non potrà  più sanarsi.

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