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PIERO GUCCIONE

La pittura è stata il centro, la dimensione dominante che ha accompagnato i miei passi. Modificandosi di volta in volta per condizionamenti culturali e persino-vorrei dire- secondo le case abitate e i luoghi frequentati….Da Roma alla Sicilia, dove sono tornato a vivere alla fine degli anni settanta, il percorso, bene o male, è rintracciabile nel mio lavoro….l’esperienza del vissuto sembra cancellarsi, mentre quella del lavoro la sento unicamente collocata tra il pollice, l’indice e il medio della mia mano destra….Nel tentativo un po’ folle di rivelare la visibilità delle cose e il loro enigma. Che, in Sicilia vuol dire soprattutto la inafferrabilità della luce,. ogni giorno più splendente di meraviglie come mai ho visto prima. Mentre, paradossalmente, il lutto avanza, permeando di sé la mente, la ragione e il significato stesso del mondo( da “ Il Gruppo di Scicli” a c. di M. Goldin,2001). Con queste parole Piero Guccione, scomparso il 6 ottobre,  ha riassunto i tratti essenziali della sua vita e della sua arte, ponendo l’accento sulla percezione del mondo come esperienza vissuta. Dopo la dispersione della propria percezione fra gli  elementi slegati di una realtà sfuggente e frammentata e i d’aprés  con cui instaura un rapporto serrato con i grandi maestri della pittura, Guccione   alla fine degli anni ’70, tornando a vivere in Sicilia tra Scicli e Modica,  approda al paesaggio e a un senso panico della  natura. In quel periodo a Scicli è attivo un gruppo di giovani intellettuali che denunciano l’abusivismo edilizio e la stagnante vita culturale cittadina e difendono  l’umanità storica della civiltà contadina  con i suoi riti dall’aggressione della civiltà tecnologica. Piero Guccione, diventato  presidente  del “Movimento culturale Vitaliano Brancati” , in occasione di  una mostra grafica disegna a matita il Carrubo solitario, che diventa un emblema degli sviluppi della sua pittura : l’atto visivo come forma di conoscenza  e di comunicazione morale. In un’intervista del 1981 R. Guttuso segnala la “purezza d’intenti” di alcuni artisti che lavorano in periferia, lontani dalle sollecitazioni della società consumistica e mercificata. “A Scicli, che è un paesino della Sicilia dove sono andati a vivere dei giovani artisti, Guccione e Sarnari, c’è una piccola scuola di pittori di cui l’Italia non sa nulla, di cui le Biennali non sanno niente, non vogliono saperne o non gliene importa niente di saperlo. Questo non è giusto”. Guttuso individua così quello che viene chiamato il Gruppo di Scicli, che si rivela al pubblico con  una mostra alla Tavolozza di Palermo. Scicli non è la città reale che porta quel nome, ma una delle Città Invisibili di cui parla I. Calvino, una suggestione tra lirismo e analisi. Il gruppo è formato da Alvarez, Candiano, Colombo, Guccione, Paolino, Polizzi,  Puglisi, Sarnari, Zuccaro, unito da consuetudini di vita e di amicizia più  che  da un programma estetico o accordo teorico unificante. Ciascuno secondo il proprio stile fa una lettura critica della realtà, proponendo l’utopia di una vita migliore, riflesso di una coscienza rinnovata. Le opere di Guccione e degli altri artisti sono una particolare declinazione della modernità, fondata sull’osservazione del visibile, dei luoghi, dei corpi. I paesaggi di Piero Guccione possono essere interpretati con i versi di E. Montale, da I limoni  in Ossi di seppia:

Vedi, in questi silenzi in cui le cose

 s’abbandonano e sembrano vicine

 a tradire il loro ultimo segreto,

 talora ci si aspetta

 di scoprire uno sbaglio di Natura,

 il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,

 il filo da disbrogliare che finalmente ci metta

 nel mezzo di una verità.

 

 

 

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